Si tratta di professione protetta ed è un servizio di pubblica necessità

Tra medico e paziente il rapporto è contrattuale

Confermata una sentenza del Tribunale di Monza

Corte di Appello di Milano, sentenza 6 febbraio 2002

 

Il rapporto tra il medico di una struttura ospedaliera ed il paziente ha natura contrattuale, in quanto l'accettazione del paziente nell'ospedale, ai fini del ricovero oppure di una visita ambulatoriale comporta la conclusione di un contratto tra il paziente e l'ente ospedaliero, con conseguente natura contrattuale della responsabilità di quest'ultimo (cosiddetto contratto di "spedalità atipica").

Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Appello di Milano che ha precisato che il rapporto fra paziente ed operatore medico inserito nella struttura sanitaria ha natura contrattuale ed è riconducibile alla categoria dei "rapporti contrattuali di fatto", essendo fondato sull' "obiettivo significato sociale" della relazione diretta che effettivamente si instaura fra i due soggetti. I giudici dell'appello hanno infatti rilevato che l'attività del medico che viene svolta nell'ambito di una professione "protetta", si esplica in un servizio di pubblica necessità ed ha ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come quello della salute, tutelato dall'art. 32 della Costituzione.

 Corte di Appello di Milano, sentenza 6 febbraio 2002

(Presidente: Trombetti; Relatore: Lamanna)

CORTE DI APPELLO DI MILANO

SEZIONE I


Svolgimento
del processo


Con atto di citazione notificato tra il 20 ed il 24 maggio 1996 la sig.ra Marylouise Mc Grath conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Monza l'Ospedale S. Gerardo di Monza, il dott. Fabio Landoni e il dott. Bruno D'Orso chiedendo al Tribunale di accertare e dichiarare la loro solidale, o parziaria, o alternativa responsabilità per aver determinato il decesso endouterino del figlio da lei partorito (feto estratto morto) presso la convenuta azienda ospedaliera in data 16 gennaio 1988, alle ore 9,12 della mattina, allorchè, alla trentaduesima settimana di gravidanza, fu sottoposta ad un taglio cesareo (assertivamente con un inammissibile ritardo, avendo potuto i sanitari monitorare sin dalla sera precedente, in cui l'attrice era stata ricoverata, e soprattutto nelle ultime ore prima del parto a mezzo di cardiotocografia, le precarie condizioni in cui versavano sia lei che il feto), con la conseguente condanna dei convenuti al risarcimento del danno nella misura indicativamente esposta in complessive L. 250.000.000. A sostegno della domanda l'attrice produceva una perizia di parte, redatta dal Prof. Gianfranco Velati, la quale evidenziava che vi era stato "un chiaro quadro di imprudenza da parte dei sanitari nel rimandare sia pure di 12 ore l’intervento. Dodici ore peraltro determinanti per la morte del neonato" .
Si costituivano ritualmente in giudizio i convenuti con atti separati, concludendo nel merito per il rigetto della domanda proposta nei loro confronti. I medici convenuti, inoltre, dottori D'Orso e Landoni, sollevavano un'eccezione preliminare di intervenuta prescrizione del diritto azionato dall'attrice.
Su istanza del convenuto D'Orso - che intendeva esserne manlevato - il Giudice Istruttore autorizzava la chiamata in giudizio della sua compagnia assicuratrice RAS ASSICURAZIONI, che si costituiva facendo sue nel merito le difese del proprio assicurato ed eccependo peraltro la sua parziale carenza di legittimazione passiva, avendo assunto in coassicurazione il rischio professionale del predetto medico solo per il 40% dell'importo garantito nella polizza.
Con sentenza n. 3200/2000 pronunciata in data 23 ottobre 2000 e depositata in data 26 ottobre 2000, il Tribunale di Monza (in composizione monocratica) rigettava la domanda attorea, compensando interamente tra le parti le spese di lite. Riteneva il giudicante che l'azione proposta non si fosse prescritta; che inoltre la CTU esperita in istruttoria avesse accertato profili di colpa nella condotta dei sanitari operanti, ma che tuttavia non fosse riuscita ad individuare un nesso di causalità determinante fra tale condotta ed il decesso del feto.
Per la riforma di tale sentenza ha interposto gravame avanti a questa Corte d’Appello la sig.ra Marylouise Mc Grath con atto di citazione notificato tra il 31 maggio ed il 1° giugno 2001, esplicitamente dichiarando l'intenzione di impugnarla solo verso l'appellata Azienda Ospedaliera "OSPEDALE SAN GERARDO DEI TINTORI", nei cui soli confronti ha riproposto la sua azione risarcitoria.
Si sono peraltro costituiti in giudizio resistendo all’impugnazione, non solo la predetta Azienda OSPEDALIERA, ma anche il dott. Landoni e la RAS ASSICURAZIONI. Il dottor Landoni, peraltro, ha proposto anche appello incidentale per la riforma della gravata decisione in punto di riparto delle spese processuali, lamentando che, pur dinanzi alla soccombenza dell'attrice, il Tribunale ne abbia disposto la compensazione integrale.
Il dott. D'Orso, invece, non si è in questa sede costituito ed è stato quindi dichiarato contumace.
Precisate di seguito le conclusioni - conformemente agli atti introduttivi – nei termini letteralmente trascritti in epigrafe, la causa è stata infine trattenuta in decisione da questa Corte all'udienza del 27 novembre 2001, previa concessione alle parti dei termini rispettivamente di cinquanta e di venti giorni ex artt.190 e 352 C.P.C. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.


Motivi della decisione


1.Deve in primo luogo esaminarsi, per il suo carattere preliminare, l'eccezione di prescrizione dell'azione risarcitoria proposta dall'appellante, così come sollevata dall'Ospedale San Gerardo e dal dott. Landoni, secondo i quali la predetta azione, dovendo reputarsi di natura extracontrattuale, sarebbe stata soggetta al termine di prescrizione breve di durata quinquennale, non efficacemente interrotto, in asserto, da un idoneo atto di messo in mora stragiudiziale, tale non potendo considerarsi il telegramma solo apparentemente inviato dalla sig.ra Mac Grath all'Ospedale in data 14 gennaio 1993, in quanto privo, nell'originale, di una sottoscrizione attribuibile a lei con certezza.
L'appellante ha replicato a tale eccezione sia controdeducendone la inammissibilità per la sua tardività e/o novità e/o perché non proposta con appello incidentale condizionato, sia per la sua incongruenza ed irrilevanza, dovendo a suo dire computarsi quale termine prescrizionale quello ordinario decennale, stante la natura contrattuale dell'azione da lei esperita.
Rileva questa Corte che, siccome ciascuno del motivi di replica prospettati dall'appellante sarebbe astrattamente idoneo al rigetto dell'eccezione di prescrizione, è superfluo valutare se tutti siano idonei in concreto a produrre tale effetto, essendo sufficiente che anche solo uno di essi presenti quest'attitudine.
E non è dubbio che, a tale stregua, avrebbe rilievo assorbente già la semplice qualificazione contrattuale dell'azione risarcitoria proposta, in quanto implicante la estensione decennale del termine prescrizionale, palesemente non consumatosi - come tale - nel periodo intercorrente tra la data dell'evento dannoso (16 gennaio 1988) e la data in cui si è verificata l'interruzione della prescrizione, nemmeno se tale data volesse farsi coincidere, per maggior sicurezza (anziché con quella di invio del contestato telegramma in data 14.1.1993), con quella più lontana nel tempo, ma di innegabile efficacia al fine interruttivo, in cui è stata notificata la citazione introduttiva del giudizio di primo grado (fine maggio 1996).
È il caso allora di rammentare, quanto alla natura della responsabilità del medico e dell'ente ospedaliero, che la giurisprudenza non ha mai dubitato che l'accettazione del paziente nell'ospedale, ai fini del ricovero oppure di una visita ambulatoriale, comporti ex se la conclusione di un contratto tra il paziente e l'ente ospedaliero (prospettandosi in giurisprudenza la nozione di contratto di "spedalità atipica"), con conseguente natura contrattuale della responsabilità di quest'ultimo.
Controversa è stata invece per lungo tempo la natura della responsabilità del medico inserito nella struttura ospedaliera. Tuttavia l'opinione prevalente è andata progressivamente specificandosi nel senso di ritenere che entrambe le responsabilità, quella dell'ospedale e quella del medico, siano di natura contrattuale, orientamento questo che (traendo origine da Cass. 1.3.1988, n. 2144, poi seguita da Cass.11.4.1995, n. 4152; Cass.27.5.1993, n. 5939; Cass. 1.2.1991, n. 977) è ormai giunto alla sua più raffinata elaborazione (operata da Cass. 22 gennaio 1999, n. 589).
Basandosi infatti sugli approfondimenti dottrinali compiuti in tema di "rapporti contrattuali di fatto" [1], la S. Corte considera "contrattuale" la responsabilità che scaturisca da un qualunque "fatto" o "atto" idoneo a produrre la relativa obbligazione ex art. 1173 c.c., e pertanto quando e purchè siano in concreto riconoscibili determinate obbligazioni di comportamento anche se costituite senza una base negoziale e talvolta solo grazie al semplice "contatto sociale", obbligazioni ulteriori e diverse rispetto al generico neminem laedere di cui all'art.2043 C.C.
In effetti, la qualificazione in termini contrattuali del rapporto fra paziente ed operatore medico inserito nella struttura sanitaria è - come ha esattamente osservato il Giudice di prime cure - davvero inoppugnabile, essendo fondata sull'obiettivo significato sociale della relazione "diretta" che effettivamente si instaura fra i due soggetti (attesa la "personalità" dell’obbligazione); peraltro essa trova una sua necessità logica anche nel carattere "speciale" della prestazione tipica del sanitario, cui la coscienza sociale non si limita a chiedere un non facere, e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità, ma quello specifico facere nel quale si manifesta la "perizia", che ne deve sempre contrassegnare l'attività, tanto più perché essa è svolta nell'ambito di una professione "protetta", si esplica in un servizio di pubblica necessità ed ha ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come quello della salute, tutelato dall'art. 32 Cost.
Da tutto ciò consegue che la responsabilità dell'ente gestore del servizio ospedaliero e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell'esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria da parte del medico, per cui, accertata la stessa, risulta contestualmente accertata la responsabilità a contenuto contrattuale di entrambi. In forza di tali principi, la prescrittibilità nell'ordinario termine decennale dell'azione verso l'AZIENDA OSPEDALIERA in causa non potrebbe negarsi in ogni caso, e siccome l'appellante ha esplicitamente dichiarato il suo interesse ad impugnare la pronuncia del Tribunale solo verso tale Azienda per ottenere il richiesto risarcimento solo da essa, non può esservi dubbio alcuno sulla circostanza che il termine di prescrizione da applicare sia solo e comunque, oggi, quello decennale, non decorso, come si è già detto, tra la data dell'evento dannoso e l'instaurarsi del presente giudizio in primo grado.
2. Può quindi procedersi ad esaminare nel merito l'appello principale proposto dalla sig.ra Mc Grath.
Quest'ultima assume l'incongruenza della valutazione espressa dal Tribunale in punto di ritenuta carenza di prova (ridondante in danno di essa appellante, che aveva l'onere di fornirla) sul nesso di causalità tra la condotta dei sanitari convenuti in causa e l'evento lesivo mortale. A detta della deducente il Giudicante avrebbe dovuto invece non soltanto dare adeguato risalto al fatto che, nella specie, l'intervento operatorio era di carattere routinario e che dunque i sanitari avrebbero ben potuto accorgersi della necessità di intervenire con maggiore tempestività, ma anche del fatto che il non aver evitato che l'evento dannoso si verificasse equivaleva ad averlo cagionato, conclusione da tener ferma anche ove non fosse stato dimostrabile che l'evento non si sarebbe verificato se essi fossero intervenuti prima, in quanto la loro condotta avrebbe dovuto comunque considerarsi determinante sul piano eziologico.
In tal modo l'appellante prospetta un'interpretazione del tutto opposta a quella propugnata con ampia ed articolata motivazione dal Giudice di prime cure.
Ha osservato infatti il Tribunale:
a) che dove il contesto operativo ed il livello conoscitivo professionale è scarso, l’inferenza probatoria in materia di nesso di causalità non potrebbe prescindere dall’apprezzamento delle probabilità che la condotta del sanitario, attiva od omissiva, abbia provocato il danno, giudizio da effettuarsi su base statistica;
b) a questa stregua non potrebbe darsi risalto alla mera possibilità di verificazione dell’evento (ossia alla cd. occasione), ma occorrerebbe che la relazione eziologica sia qualificata, giacchè altrimenti il danno verrebbe allocato sui sanitari secondo una prospettiva di "rischio", e non di responsabilità, ottica estranea al nostro attuale ordinamento;
c) nel caso di specie, che sarebbe connotato da un basso livello conoscitivo del settore (come si ricaverebbe, oltre che dal notorio, dallo stesso elaborato peritale), i c.t.u. hanno escluso motivatamente e risolutamente la possibilità scientifica di approdare ad una valutazione di imputabilità della morte del feto alla condotta dei sanitari, pur non potendosi escludere (ma si resta così nell’alveo della mera possibilità) che un’estrazione tempestiva del feto, conforme al modello di condotta astrattamente "idoneo", avrebbe evitato il danno.
Il Tribunale ha preso dunque atto delle conclusioni cui è prevenuto il collegio peritale nominato in istruttoria, conclusioni che, peraltro, non sono state contestate dall'appellante (ma semmai dagli appellati, nella parte in cui il collegio peritale ha ritenuto enucleabile una colpa in astratto dei sanitari operanti), che si è limitata a darne una diversa interpretazione in relazione al profilo afferente al nesso di causalità.
Nell’elaborato peritale si osserva che la sig.ra Mc Grath fu ricoverata nella sera del giorno 15.1.1988; ella si era recata in ospedale accusando dolori epigrastici; riferì di non avere più il rene destro e di avere un rene sinistro multicistico; le furono riscontrati segni di ipertensione arteriosa, e progressivamente segni di sofferenza renale e di eclampsia gravidica.
Quindi i sanitari che ebbero in cura la sig.ra Mc Grath al momento del ricovero si trovarono, come testualmente afferma il Collegio peritale nell’elaborato da esso redatto, "di fronte ad una situazione così sintetizzabile: una gravidanza alla 32a settimana con segni clinici che vennero correttamente considerati meritevoli di controllo assiduo e costante proprio per le possibili influenze sul benessere fetale; una situazione del feto non ancora maturo (in particolare per organi ad estrema dignità funzionale) che era stato trattato con farmaci per accelerare la maturazione stessa in vista di una prospettabile necessità di interrompere anzi tempo la gravidanza con un parto chirurgico; segni di uno stato di benessere del feto che, a un certo punto, si modificano in modo sostanzialmente peggiorativo e si manifestano, per oltre due ore, con aspetti cardiotocografici di reattività fetale differenti dai precedenti (…) e i sanitari presero l’unica decisione clinicamente fondata che ci si attende sulla scorta delle informazioni cliniche sin qui acquisite: scelsero cioè di intervenire mediante un taglio cesareo. Ciò è comprovato dalla sospensione della registrazione cardiotocografica (dalla quale, peraltro, dopo due ore e mezza di segni costantemente ripetitivi non vi era più sostanziale motivo di attendersi qualcosa di diverso) nonchè dalla relazione della stessa con i restanti dati clinici della madre indicativi di condizioni influenti negativamente sulle condizioni fetali (ipertensione controllata farmacologicamente, proteinuria, iperuricemia). Sin qui, stanti le annotazioni tecniche disponibili, non vi sono dubbi che l’impostazione decisionale dei sanitari che ebbero in osservazione la sig.ra Mc Grath fu conforme a quanto ci si attende in casi consimili. E’ evidente che la tempestività di azione in questi casi trova ragione negli stessi motivi che hanno indotto a prendere una decisione di parto per via chirurgica. Infatti, decisa la necessità di intervenire per il manifestarsi di segni interpretati come patologici per il feto così da anticiparne la sua estrazione (scelta del tutto motivata in questo caso, come detto), non vi è dubbio che la precocità dell’estrazione, se i segni cardiotocografici sono espressione effettiva di sofferenza fetale, rende più probabile la prospettiva di estrarre un feto vivo. In questo caso tra la sospensione della registrazione cardiotocografica (ore 8.00) e il taglio cesareo (il feto fu estratto alle 9,12) vi fu la morte fetale; ciò è comprovato dalla estrazione di un feto morto del quale era registrata attività cardiaca sino al momento dell’interruzione della registrazione."
E tuttavia: "non vi e alcun elemento tecnico di giudizio per sapere quando, in questo lasso di tempo, avvenne precisamente il decesso; si è già detto, infatti, che in questo intervallo cronologico non fu eseguita alcuna rilevazione clinica indirizzata a verificare lo stato fetale. Come già detto, la morte fetale, alla luce dei risultati delle osservazioni cardiotocografiche sin alle ore 8.00, rende ragionevolmente fondata la probabilità che i segni cardiotocografici giudicati patologici lo fossero effettivamente; in secondo luogo rende ragione di ritenere come altamente probabile che il decesso sia intervenuto come conseguenza dello stato di sofferenza fetale espresso dalla patologica reattività del feto. Certo, come detto in precedenza, la dilatazione dei tempi di azione è da ritenersi riduttiva delle prospettive di estrazione di un neonato vivo del quale, come pure già detto, non e possibile tecnicamente prospettare le eventuali condizioni cliniche alla nascita".
Sentiti poi a chiarimenti dottori Pifarotti e Zoia, componenti del Collegio peritale, hanno dichiarato: Dott. Pifarotti: "non possiamo affermare con giudizi di validità scientifica quali probabilità ci fossero che un intervento immediato, secondo i tempi appena evidenziati, potesse evitare l'evento letale; senza considerare le condizioni in cui eventualmente potesse trovarsi il feto se estratto ancora vivo; non sono nemmeno in grado di affermare se le probabilità fossero serie o apprezzabili, vista fra l'altro la situazione complessiva del feto. La malformazione della madre, peraltro non sconosciuta dai sanitari, potrebbe sicuramente aver influito sul decorso causale aggravandolo (…) ritengo che alle ore 8.00 fosse soprattutto fonte di preoccupazione la situazione clinica della madre, che aveva subito un peggioramento repentino; a tale stato poteva ovviarsi con un taglio cesareo, che avrebbe risolto la situazione; i sanitari, come già detto nella relazione, erano preoccupati, anche se in misura minore, pure per il feto (tant’è vero che fecero un monitoraggio di tre ore); il problema nasce per l'assenza di controllo successivo, che ci impedisce di sapere cosa davvero è successo; mi pare che tale assenza di controllo denoti una concentrazione dell’attenzione dei sanitari sullo stato della madre; forse anche l’induzione farmacologica con l’anestesia può darsi che abbia dato causa alla morte; ma non è possibile determinarlo".
Alla luce delle osservazioni svolte dai Ctu era ed è quindi davvero manifesta l’impossibilità di datare con precisione il momento in cui la situazione patologica in atto scaturì nell’evento letale (e ciò - come osservato dal Tribunale - proprio a causa dell'insuperabile deficit conoscitivo evidenziato dagli stessi CTU), vale a dire, in sostanza, quando il feto cessò di vivere (in senso naturalistico, e non necessariamente in senso giuridico), né per quale specifica causa ebbe luogo il decesso.
I CTU affermano che i sanitari operanti avrebbero potuto effettuare un rapido taglio cesareo entro le ore 8,20, ma appunto non si sa se il feto sia morto entro questo stesso periodo di tempo (nel qual caso, evidentemente, qualunque ritardo successivo sarebbe stato del tutto irrilevante), oppure successivamente, come anche se morì per effetto dell'anestesia (eventualità che i CtU non escludono), o per una preesistente patologia cronica o per il repentino aggravarsi delle condizioni materne anche in concorso con tale preesistente stato patologico del feto, comunque immaturo al momento del parto.
Da qui in effetti la mancanza di un adeguato riscontro sul nesso di causalità tra il ritardo con cui fu assertivamente compiuto il taglio cesareo e la morte, con conseguente irrilevanza del fatto che i sanitari operanti fossero stati negligenti per aver operato tardivamente (o non del tutto tempestivamente).
L'appellante sostiene tuttavia che il fatto del ritardo dovrebbe comunque considerarsi come causa efficiente dell'evento lesivo, dovendo darsi credito ad alcune pronunce della S. Corte rivolte (in asserto) ad equiparare l'omissione di attività doverose da parte dei sanitari, o comunque l'omissione di tentativi di salvataggio terapeutico, agli altri concorrenti elementi incidenti sul verificarsi dell'evento lesivo (citate Cass. civ. 13 settembre 2000, n.12103; 13 maggio 1982, n.3013; Cass. pen. 7 gennaio 1983; 12 maggio 1983;18 ottobre 1990; 13 giugno 1990; 7 marzo 1989).
Il richiamo a tali pronunce non appare però calzante, poiché, anche a voler ammettere, sia pure solo per inconcessum, che l'ipotesi teorica sia valida, e sia stata perdippiù espressa dalla S. Corte nei termini in cui è stata riformulata qui dalla difesa dell'appellante (il che, tuttavia, non pare del tutto esatto), essa potrebbe trovare applicazione solo quando si potesse dimostrare che il ritardo nell'intervento operatorio sia una possibile, ed anzi una probabile, causa o concausa dell'evento, laddove invece, come si è detto, nel caso di specie tale affermazione di incidenza causale non è possibile, semplicemente perché non si sa, né può sapersi, in base alle conoscenze scientifiche attuali (come hanno riferito i CTU), per quale motivo il feto non sia nato vivo, se le sue funzioni vitali si siano interrotte quando comunque l'intervento sarebbe stato considerabile come tempestivo (ossia tra le ore 8 e le ore 8,20/8,30), se esso sia dipeso da cause intrinseche preesistenti, o se sia stato determinato dal progressivo peggioramento delle condizioni nefropatiche della madre o dalla stessa anestesia praticatale in una situazione già compromessa.
È poi appena il caso di ricordare che per la prevalente giurisprudenza, sebbene sul piano naturalistico un evento dannoso possa considerarsi causato da un altro quando, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. Teoria della condicio sine qua non), non è però sufficiente tale relazione causale per determinare una causalità giuridicamente rilevante, dovendosi, all'interno delle serie causali così determinate, dare rilievo a quelle soltanto che, nel momento in cui si produce l'evento causante, non appaiano inverosimili (cd. Teoria della causalità adeguata o della regolarità causale).
Una semplificazione probatoria a questa stregua viene peraltro ammessa nei casi (fra i quali non sembra in effetti rientrare quello di specie, tenuto conto di quanto riferito dai CTU in ordine all'impossibilità scientifica di individuare causa ed orario della morte del feto) in cui il livello alto delle informazioni disponibili possa agevolare l’inferenza statistica, laddove emerga "un’evidenza circostanziale" idonea a determinare una deduzione sia di negligenza, come anche di determinismo causale.
Deve aggiungersi che, secondo il più recente orientamento della S. Corte penale in materia di causalità scientifica e statistica (Cass. pen. 28 settembre 2000, n. 1688; 29 novembre 2000, n. 2139; 28 novembre 2000, n. 2123), il procedimento utilizzato per stabilire se l’omissione è condizione necessaria dell'evento non è diverso, ma identico, nella sua struttura, sotto il profilo dell’accertamento, a quello cui si ricorre per giustificare la causalità dell’azione, ossia il giudice, avvalendosi del modello della sussunzione sotto leggi statistiche — ove non disponga di leggi universali — dice che è probabile che la condotta dell’agente costituisca, coeteris paribus, una condizione necessaria dell’evento. Una spiegazione statistica adeguata del singolo evento lesivo presuppone però una legge statistica con un coefficiente percentualistico vicino a cento e deve sfociare in un giudizio controfattuale sul nesso di condizionamento di alta probabilità logica o di elevata credibilità razionale, dove "alta" ed "elevata" stanno ad indicare un giudizio che si vicina al massimo, alla certezza.
Si tratta di un orientamento particolarmente rigoroso che sembra però del tutto conforme all'analogo orientamento espresso finora dalla Cassazione civile, per la quale l'inferenza statistica deve comunque basarsi su coefficienti probabilistici di elevata apprezzabilità.
Alla luce di tali principi perfettamente si giustifica, dunque, la conclusione assunta dal Tribunale in ordine all'impossibilità di considerare provata una relazione causale rilevante tra il presunto ritardo nell'esecuzione del taglio cesareo e la morte del feto, non potendo configurarsi quell'elevatissima probabilità statistica - cui fa cenno la S. Corte - circa il fatto che il ritardo sia stata una necessaria condizione dell'evento.
Ciò senza poi considerare che i CTU hanno anche evidenziato che lo scopo del monitoraggio instaurato nel caso di specie fu quello di tenere sotto controllo sia le condizioni precarie della madre, che quelle del feto, in modo da intervenire quando fosse stato possibile apportare un’eguale o equilibrata utilità terapeutica ad entrambi, in una situazione di apparente contrasto di esigenze operatorie. Infatti per il feto sarebbe stato opportuno rinviare il più possibile l'intervento per consentire che raggiungesse un livello adeguato di maturazione anche e soprattutto polmonare, onde aumentarne le chances di sopravvivenza in prospettiva di un parto prematuro (e gli furono somministrate infatti sostanze farmacologiche atte ad accelerare tale maturazione, soprattutto per scongiurare il rischio di insorgenza della patologia nota come "membrane ialine"); per la madre sarebbe stato invece più utile un intervento immediato, in ragione dell'aggravarsi delle sue condizioni.
Ne deriva sinanche l'impossibilità di apprezzare fino a che punto potesse nella specie configurarsi una colpa in astratto, ipoteticamente derivante dal ritardo nell'effettuazione del taglio cesareo, considerato che nel contemperare le due opposte esigenze, di anticipare e di ritardare l'intervento, sarebbe stato alquanto arduo individuare un preciso momento a partire dal quale si imponeva in modo prevalente l'esigenza di intervenire praticando il taglio cesareo (ed appare peraltro in un cero senso anche contraddittorio supporre che vi sia stato un ritardo incidente negativamente sulla sopravvivenza del feto, in presenza della predicata opportunità di procrastinare il parto proprio per consentire allo stesso - ancora patologicamente prematuro - qualche maggior probabilità di sopravvivenza).
Tanto più che il ritardo dei sanitari è stato prospettato dai CTU solo dopo aver desunto in via meramente deduttiva, ma non in modo certo in fatto, che i sanitari medesimi avessero deciso di eseguire l'intervento operatorio alle ore 8,00 (talchè avrebbero poi "perso tempo" nell'estrarre il feto solo alle ore 9,12), e non sulla base di una individuazione "scientifica" (e proveniente dagli stessi CTU) sul preciso momento in cui doveva reputarsi - oggettivamente - necessario e doveroso intervenire con la massima urgenza: se si esclude dunque la premessa posta in via ipotetica o presuntiva (cioè che davvero la decisione fu assunta alle ore 8,00, fatto che in realtà non trova conferma né documentale, testimoniale) cade anche la conseguenza che ne è stata tratta, ossia che il ritardo ci fu per il tempo - assertivamente non breve - decorso tra il momento dalla decisione di operare ed il momento in cui fu attuata l'estrazione del feto ed ancor meno può apprezzarsi la pretesa sussistenza del nesso eziologico.
È innegabile, comunque, che nessun elemento di riscontro oggettivo può giustificare la conclusione che il ritardo, quand'anche avesse potuto evitarsi, abbia determinato o concorso a determinare l'evento mortale, non emergendo da alcun elemento effettuale che la morte del feto fosse derivata dal, o in qualche misura fosse ricollegabile al, ritardo stesso.
Alla luce di tale conclusione, la sentenza del Tribunale - che l'ha correttamente prospettata - resiste alle censure formulate con il proposto mezzo d'impugnativa, che va pertanto respinto (con il conseguente assorbimento anche di ogni istanza istruttoria relativa alla prova del quantum dei danni assertivamente subiti dall'appellante).
Quanto, tuttavia, alle spese di lite, reputa questa Corte che la natura del procedimento e l'obbiettiva incertezza che nel suo corso ha contrassegnato la enucleazione delle eventuali responsabilità dei sanitari operanti (in una con la sostanziale inutilità delle attività meramente difensive svolte in questa sede dalle parti appellate diverse dall'Ospedale, verso cui l'appellante non ha riproposto alcuna domanda) ne giustifichino l'integrale compensazione anche in questo grado (sul punto rigettandosi anche l'appello incidentale proposto dal dott. Landoni con riferimento all'analoga e condivisibile pronuncia assunta in primo grado dal Tribunale).


P.Q.M.


La Corte d’Appello di Milano, Prima Sezione Civile, definitivamente pronunciando, disattesa ogni diversa domanda ed eccezione, così provvede:

1) respinge l'appello principale e l'appello incidentale e per l’effetto conferma integralmente l’impugnata sentenza n. 3200/2000 pronunciata dal Tribunale di Monza in data 23 ottobre 2000 e depositata in data 26 ottobre 2000;

2) dichiara compensate interamente fra le parti le spese di lite.

 

 

Depositata in Cancelleria il 6 febbraio 2002.

 

NOTE:

[1] La dottrina civilistica ha elaborato la categoria dei c.d. "rapporti contrattuali di fatto", qualificando come tali i rapporti che non hanno titolo nel contratto ma trovano la loro esclusiva disciplina nella legge, in quanto nascono da un "contatto sociale" che prescinde dal contratto e si modella tuttavia secondo il contenuto di un contratto tipico (viene addotto come esempio il fatto di chi salga sul tram pagando il biglietto, in tal modo implicitamente accettando l'utilizzazione della prestazione ).