07.09.2010 La pubblicazione dei testi non ha carattere di ufficialità
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 (Consiglio di Stato 183/2010)
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Gli italiani hanno pochi debiti ma ai mercati non interessa

Roma, 15-7-2010. Importa ben poco, ai mercati internazionali e alle autorità monetarie, che l’Italia vanti un modesto debito privato in contrapposizione a uno dei più elevati debiti pubblici del mondo.  Spesso il ministro Giulio Tremonti contrappone le due grandezze per sottolineare una delle non molte virtù attribuibili alla situazione finanziaria italiana. In realtà, lo scarso indebitamento delle nostre famiglie e la loro propensione al risparmio ancora relativamente alta sono stati determinanti trent’anni fa, quando quasi tutto il debito pubblico allora emesso era sottoscritto dai risparmiatori italiani. Oggi, al contrario, le nostre emissioni sono in prevalenza nelle mani di sottoscrittori stranieri, cui ben poco interessano i comportamenti dei residenti in Italia. Certo, che il nostro debito privato sia modesto è un problema in meno, una fragilità evitata, come si è visto nella crisi finanziaria. Ne hanno beneficiato anche le nostre banche, che hanno dovuto fronteggiare minori rischi di insolvenza rispetto alle banche estere. Il credito abbondante e allegro degli anni scorsi, con massiccio indebitamento e conseguenti insolvenze a cascata dei debitori privati, ha contraddistinto Paesi come gli Usa e la Spagna, non l’Italia. Ne abbiamo pagato il prezzo sotto forma di bassa crescita, abbiamo evitato i guai che ancora affliggono molti altri Paesi fino a ieri portati ad esempio di vivacità e di abilità imprenditoriale e finanziaria.

Ha invece ragione Tremonti quando spiega che le dimensioni nominali del debito hanno importanza relativa. La Banca d’Italia ha diffuso l’aggiornamento a tutto maggio del debito delle Amministrazioni pubbliche italiane: la stampa ha ripreso il dato in toni di allarme sottolineandone la crescita: 65,9 miliardi rispetto a fine dicembre 2009, che hanno portato il debito complessivo a 1.827 miliardi.

In sé, questi valori dicono poco: confermano che il debito ha rispecchiato inevitabilmente la dinamica del fabbisogno (deficit) di cassa. In più, ha risentito delle variazioni del conto di disponibilità del Tesoro presso la Banca d’Italia: nulla di nuovo. Nello stesso periodo del 2009 il debito aumentò di 90 miliardi, ovviamente in linea, anche allora, con le grandezze che lo determinano.

Qual è stato il fabbisogno dei primi 5 mesi? Oltre 50 miliardi. Di quanto è variato il conto di disponibilità? Di oltre 12 miliardi. Sommando scarti di emissione e variazioni del cambio per i titoli emessi in valute diverse dall’euro, ecco più o meno i 65,9 miliardi dell’aumento del debito pubblico. Non è dunque questa la cifra allarmante: come sempre, a preoccupare dev’essere l’andamento del deficit, destinato ovviamente a tradursi in debito, e la crescita economica: è in rapporto con Pil che si vedrà, a fine anno, che giudizio dare del debito 2010.            

 


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