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L’incubo dell’euro senza la Germania
Roma, 17-3-2010- “Irrevocabile” e “irrevocabilmente” ricorrono spesso nel trattato istitutivo dell’Unione europea, sempre con riferimento all’adozione della nuova moneta unica. L’architettura dell’Unione monetaria europea si fonda sull’irrevocabilità dell’euro e basa le sue politiche sulla stabilità della moneta europea. Da qualche tempo, però, il dogma dell’irrevocabilità vacilla sotto i colpi della crisi finanziaria. Le difficoltà della Grecia hanno fatto parlare di un possibile abbandono dell’euro da parte di Atene, con ritorno alla dracma. Che Atene fosse assai disinvolta nel gestire i suoi conti pubblici era noto. Ora però Martin Wolf, illustre commentatore del Financial Times, immagina che sia la stessa Germania a ripudiare l’euro.
La Germania teme, non senza fondamento, che la difesa dell’euro e della sua stabilità, concepiti sin dall’inizio ad immagine del marco, comporti costi finanziari gravosi per i Paesi virtuosi, Germania naturalmente in testa, se chiamati a soccorrere i Paesi incapaci di dar ordine alle loro finanze. Il caso della Grecia è il primo. Sarà anche l’ultimo? Aiutare la Grecia non sarà difficile: il Paese è piccolo anche se riottoso alla disciplina fiscale. Ma all’orizzonte ecco Portogallo,Spagna e Italia delinearsi come possibili destinatari di aiuti. E, per questi, i costi del salvataggio sarebbero ben altri.
E’ possibile che l’euro sia abbandonato, nonostante gli impegni solenni alla sua adozione irrevocabile? In teoria no. Ma quali sanzioni colpirebbero il Paese che decidesse di riprendere la sua moneta e, con essa, la via delle svalutazioni competitive e del “lasciar correre”? Nessun’altro Stato, ha detto un economista qualche giorno fa, farebbe certo la guerra per questo.
La storia d’Europa dell’ultimo secolo, del resto, indica chiaramente quanto modesto sia il valore dei trattati, anche dei più solenni. Ma la sola ipotesi di crollo dell’euro, che seguirebbe all’uscita del Paese guida del sistema, fa rabbrividire chiunque ricordi la patologica debolezza della lira dalla fine degli anni ’60 fino alla sua scomparsa. Inflazione a due cifre, interessi pure a due cifre che compensavano soltanto nominalmente la corsa dei prezzi a loro volta inseguiti dai salari in uno sterile galoppo. La costante vulnerabilità della lira a qualsiasi crisi internazionale, le svalutazioni a cascata. E anche l’incapacità delle nostre imprese di affrontare i problemi strutturali per far conto, piuttosto, sul recupero di competitività favorito dallo slittare del cambio.
Tutto questo è finito con l’euro, che ha imposto a Paesi come l’Italia una disciplina finanziaria prima ignota. Bastò che il Governo Prodi mostrasse di voler agganciare la moneta unica insieme agli altri 10 Paesi fondatori perché si innestasse il circolo virtuoso dei bassi tassi, dei prezzi sotto controllo (con qualche problema legato alla sostituzione delle mille lire con un euro di valore quasi doppio: ma la responsabilità fu del commercio e dei servizi, non certo della nuova moneta), di un parziale assestamento dei conti pubblici. Molte occasioni furono perse per strada, a causa dell’incapacità dei Governi venuti in seguito di seguire una seria politica di riduzione delle spese e di lotta all’evasione. Non serve però molta fantasia per immaginare le sorti di una lira alle prese con la catastrofe dell’11 settembre 2001 o con la crisi del 2008 e per comprendere quali rischi correrebbero l’Italia e gli altri Stati deboli nel caso in cui venisse meno l’edificio dell’euro.
La Germania pagherebbe anch’essa un conto proibitivo. Primo Paese esportatore del mondo, oggi superato dalla Cina, necessita di mercati di sbocco per le sue merci. Un ritorno al marco, con sicuri problemi di rivalutazione, sarebbe aggravato dal crollo delle valute clienti, indebolite al limite della sparizione. Le politiche correttive dei Paesi a valuta debole sarebbero comunque inevitabili e ancor più severe. Meglio augurarsi che il buon senso prevalga e che l’irrevocabilità dell’euro sia rispettata.
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